La riapertura dei prelievi su Bitget ha trasformato le conseguenze dell’attacco informatico subito dall’exchange in un vero test di fiducia. Nelle 24 ore successive al ripristino delle operazioni, gli utenti hanno trasferito fuori dalla piattaforma circa 463 milioni di dollari in asset netti. Un movimento eccezionale, arrivato pochi giorni dopo il furto di circa 388 milioni di dollari che aveva costretto Bitget a sospendere temporaneamente i prelievi per mettere in sicurezza l’infrastruttura e verificare l’estensione della violazione.
Il dato sui deflussi racconta quanto rapidamente possa cambiare il comportamento degli investitori nel mercato delle criptovalute. Quando un exchange viene colpito da un attacco, la questione non riguarda soltanto l’ammontare sottratto dagli hacker, ma anche la capacità della piattaforma di convincere i clienti che i fondi rimasti siano accessibili e che il sistema possa continuare a funzionare regolarmente. La riapertura dei prelievi ha quindi liberato una domanda di uscita che si era accumulata durante il blocco, producendo una delle giornate più intense mai osservate nel monitoraggio delle riserve degli exchange.
Secondo i dati disponibili, il deflusso netto di circa 463 milioni di dollari rappresenta il valore giornaliero più elevato registrato da DefiLlama da quando, circa quattro anni fa, ha iniziato a seguire sistematicamente le proof of reserves delle piattaforme centralizzate. Il record non implica automaticamente una crisi di liquidità, ma mostra in modo evidente quanto la fiducia degli utenti sia diventata una variabile misurabile quasi in tempo reale attraverso i movimenti onchain.
Nonostante la forte uscita di capitali e il danno provocato dall’attacco, Bitget continuerebbe a detenere riserve per circa 5,7 miliardi di dollari. È questo il numero che il mercato sta osservando con maggiore attenzione. La consistenza delle riserve può infatti consentire all’exchange di assorbire una fase di prelievi elevati, ma la stabilizzazione dipenderà anche dalla trasparenza sulle cause dell’incidente, dalle misure di sicurezza introdotte e dalla velocità con cui saranno ripristinate tutte le funzioni operative.
L’attacco ha interessato l’infrastruttura dei wallet della piattaforma e ha provocato trasferimenti non autorizzati di diversi asset digitali. Le prime ricostruzioni hanno indicato tecniche sofisticate, capaci di interferire con i processi di autorizzazione delle transazioni. Proprio questo elemento riporta al centro un problema che accompagna da anni gli exchange centralizzati. La blockchain può essere resistente alla modifica dei dati, ma i sistemi che gestiscono chiavi, autorizzazioni, wallet e procedure interne restano esposti a rischi informatici tradizionali e a forme sempre più avanzate di attacco.
Per Bitget la fase più delicata comincia quindi dopo l’emergenza tecnica. Rimborsare le perdite, mantenere adeguate riserve e riaprire i servizi sono passaggi fondamentali, ma non sufficienti da soli a ricostruire la fiducia. Gli utenti vogliono conoscere la reale copertura degli asset depositati, capire quali sistemi siano stati compromessi e verificare che un incidente simile non possa ripetersi con le stesse modalità.
Il caso arriva inoltre in un momento in cui il settore crypto continua a confrontarsi con attacchi di dimensioni sempre maggiori. La crescita dei patrimoni custoditi dagli exchange ha trasformato queste piattaforme in obiettivi estremamente appetibili per gruppi criminali altamente organizzati. Per questo proof of reserves, segregazione degli asset, sistemi di custodia più robusti e controlli continui sulla sicurezza stanno diventando elementi decisivi nella competizione tra operatori.
I 463 milioni di dollari usciti in un solo giorno non decretano il destino di Bitget, ma rappresentano un segnale molto chiaro. Dopo un attacco informatico, la vera prova non termina quando i server tornano operativi. Inizia quando gli utenti possono nuovamente scegliere se lasciare i propri fondi sulla piattaforma oppure portarli altrove. Ed è proprio su questa scelta che, nei prossimi giorni, si misurerà la capacità dell’exchange di riconquistare la fiducia del mercato.
Bitget prova a voltare pagina dopo il grave incidente di sicurezza del 24 settembre e lo fa partendo da uno dei servizi più delicati per un exchange di criptovalute, la possibilità per gli utenti di ritirare i propri asset. Il 29 settembre la piattaforma ha riaperto i prelievi di Ethereum, segnando la seconda fase del piano di ripristino avviato il giorno precedente con Bitcoin. Nelle prime ore il dato più osservato dal mercato non è stato però quello delle uscite, bensì quello degli ingressi: nella prima ora sono entrati circa 9.674 ETH mentre ne sono usciti circa 9.023, con un saldo netto positivo di 651 ETH.
Il risultato ha attirato attenzione perché arriva pochi giorni dopo una violazione che ha provocato il trasferimento di circa 387,5 milioni di dollari in asset digitali verso indirizzi controllati dagli aggressori. In situazioni di questo tipo, la riapertura dei prelievi rappresenta normalmente il momento più delicato. Gli utenti tornano infatti ad avere piena libertà di spostare i propri fondi e il volume delle uscite diventa un indicatore immediato della fiducia rimasta nei confronti della piattaforma.
Bitget ha scelto una riattivazione graduale dei servizi. Dopo Bitcoin, tornato disponibile per i prelievi il 28 settembre, Ethereum è stato riaperto il giorno successivo sulle reti Ethereum, BNB Smart Chain, Arbitrum, Base e Optimism. La strategia permette all’exchange di verificare progressivamente la stabilità dell’infrastruttura, evitando di riattivare contemporaneamente tutti i canali dopo un incidente di dimensioni rilevanti.
Secondo la ricostruzione fornita dalla società, gli aggressori avrebbero sfruttato un prodotto di sicurezza di terze parti per ottenere credenziali e falsificare comandi di prelievo. Il caso mostra ancora una volta come il rischio nel settore crypto non dipenda soltanto dalla sicurezza delle blockchain. Anche quando i protocolli decentralizzati funzionano correttamente, le infrastrutture che collegano utenti, wallet, sistemi di autorizzazione e piattaforme centralizzate possono diventare il punto debole dell’intero sistema.
L’exchange sostiene che i saldi dei clienti non siano stati modificati e che il proprio fondo di protezione disponga di oltre 464 milioni di dollari. Questo elemento assume particolare importanza perché la capacità di coprire le perdite è uno dei principali fattori che il mercato considera dopo un attacco informatico. Non basta infatti individuare la vulnerabilità. Un operatore deve dimostrare di poter sostenere economicamente l’incidente, garantire la continuità dei servizi e mantenere disponibili gli asset degli utenti.
Il saldo positivo registrato nelle prime ore su Ethereum non cancella naturalmente la gravità dell’attacco, ma offre un primo segnale interessante. Invece di una corsa generalizzata verso l’uscita, la piattaforma ha visto un volume di depositi leggermente superiore a quello dei prelievi. È un dato ancora troppo limitato per parlare di pieno recupero della fiducia, ma indica che almeno una parte della clientela ha continuato a utilizzare Bitget anche dopo la riapertura.
Il calendario di ripristino prosegue con USDT, previsto il 30 settembre sulle reti Ethereum, BSC, Solana e Tron. Gli altri token, insieme ai servizi in valuta fiat e alle transazioni peer-to-peer, dovrebbero tornare disponibili il 2 ottobre. Nel frattempo Bitget ha dichiarato di aver corretto le vulnerabilità individuate e di stare conducendo ulteriori verifiche tecniche con il supporto di Mandiant e SlowMist.
Per il mercato crypto il caso Bitget diventa così un nuovo banco di prova sulla capacità degli exchange centralizzati di reagire a incidenti estremi. La sicurezza non si misura soltanto nella capacità di evitare un attacco, ma anche nella velocità con cui si riesce a contenere il danno, proteggere i clienti, ripristinare i servizi e ricostruire fiducia. I primi 651 ETH di saldo positivo non rappresentano una conclusione, ma sono un segnale che il mercato osserverà con attenzione nei prossimi giorni.
La California apre un nuovo fronte nella regolamentazione delle criptovalute e lo fa partendo da uno dei fenomeni più controversi degli ultimi anni, quello delle memecoin legate a personaggi pubblici. Il governatore Gavin Newsom ha firmato l’Assembly Bill 2409, una legge che vieta ai funzionari pubblici interessati dalla normativa di emettere memecoin e introduce limiti anche per le piattaforme che intendono offrire ai residenti californiani token direttamente collegati a esponenti politici.
Il provvedimento non rappresenta quindi un divieto generale delle memecoin. Il bersaglio è molto più preciso e riguarda il rischio che una carica pubblica possa trasformarsi direttamente in uno strumento di promozione finanziaria. In un mercato nel quale il valore di molti token dipende soprattutto dalla notorietà di una persona, dalla viralità sui social network e dall’interesse speculativo degli investitori, la California vuole tracciare una linea più netta tra esercizio delle funzioni istituzionali e profitto personale.
Newsom ha trasformato la firma della legge anche in un messaggio politico rivolto a Donald Trump, collegando apertamente il provvedimento al caso della memecoin $TRUMP lanciata nel 2025. Il governatore democratico ha presentato la nuova disciplina come parte di una strategia opposta rispetto al rapporto costruito dall’attuale presidente con il settore crypto e ha inserito l’AB 2409 in un più ampio pacchetto destinato a contrastare corruzione, frodi e conflitti di interesse.
Il tema è particolarmente delicato perché una memecoin può raggiungere capitalizzazioni elevate senza rappresentare necessariamente quote di un’impresa, diritti sugli utili o un’attività economica sottostante. Il prezzo può salire rapidamente grazie alla popolarità del nome utilizzato, all’effetto delle campagne online e all’aspettativa che nuovi investitori continuino ad acquistare. Lo stesso meccanismo può però funzionare al contrario e provocare perdite molto rapide quando l’interesse diminuisce.
La nuova legge interviene anche sulle piattaforme di asset digitali. A partire dal 1° gennaio 2027, i provider interessati dalla normativa non potranno offrire ai residenti della California determinate nuove memecoin proposte da, o realizzate in collaborazione con, funzionari pubblici federali, statali o locali. La scelta serve a impedire che il divieto imposto direttamente agli amministratori venga aggirato attraverso soggetti terzi capaci di sfruttarne nome, notorietà e peso istituzionale.
La disciplina prevede inoltre strumenti di enforcement civile. L’Attorney General può rivolgersi al giudice per ottenere provvedimenti inibitori e chiedere la restituzione dei profitti derivanti dalle violazioni. Anche procuratori distrettuali, city attorney e county counsel dispongono di specifici poteri per intervenire contro l’emissione vietata di memecoin da parte dei soggetti pubblici coinvolti.
La misura arriva mentre negli Stati Uniti il rapporto tra politica e criptovalute diventa sempre più stretto. Bitcoin, stablecoin, tokenizzazione, exchange e regolamentazione blockchain sono ormai temi della politica economica nazionale, mentre l’industria crypto investe sempre più risorse nel rapporto con Washington. Il problema cambia però natura quando un rappresentante istituzionale non si limita a sostenere determinate politiche, ma può beneficiare economicamente della propria immagine trasformata in un asset negoziabile.
Parallelamente, la California ha approvato nuove misure contro frodi e riciclaggio attraverso asset digitali, rafforzando gli strumenti destinati al recupero delle somme sottratte alle vittime e al sequestro delle criptovalute riconducibili ad attività criminali. L’obiettivo dichiarato non è quindi quello di colpire la blockchain o l’intero mercato crypto, ma di intervenire nei punti in cui innovazione tecnologica, speculazione e possibili abusi iniziano a sovrapporsi.
Dietro lo scontro politico tra Newsom e Trump emerge così una questione destinata a rimanere anche oltre i singoli protagonisti. La diffusione dei token personali rende infatti possibile monetizzare in modo immediato popolarità, consenso e visibilità. Quando quella notorietà deriva anche dall’esercizio di una funzione pubblica, il confine tra mercato e conflitto di interesse diventa molto più sottile.
La California ha scelto di anticipare il problema con una risposta normativa netta. Il messaggio è che la libertà di innovazione nel settore crypto può convivere con limiti specifici quando entrano in gioco potere pubblico e interesse economico personale. Una scelta che potrebbe alimentare il dibattito nazionale e diventare un modello per altri Stati americani.
Citi e Coinbase compiono un nuovo passo verso l’integrazione tra sistema bancario tradizionale e blockchain. Le due società hanno ampliato la propria collaborazione per consentire alle imprese di utilizzare stablecoin all’interno di normali flussi di pagamento, senza dover costruire infrastrutture dedicate o gestire direttamente wallet e asset digitali.
L’accordo riguarda soprattutto i clienti istituzionali e punta a ridurre una delle principali difficoltà che ancora frenano l’adozione delle stablecoin nel mondo aziendale. Per una grande impresa accettare pagamenti in criptovalute stabili significa infatti collegare sistemi bancari, blockchain, procedure di conversione, controlli normativi e gestione della liquidità. Citi e Coinbase vogliono rendere questo passaggio molto più semplice attraverso un’infrastruttura integrata.
Una delle novità più importanti riguarda Spring by Citi, la piattaforma della banca dedicata all’accettazione dei pagamenti. I clienti istituzionali potranno ricevere stablecoin dai propri clienti utilizzando la tecnologia di Coinbase Payments. L’azienda che incassa non sarà però costretta a conservare direttamente gli asset digitali. L’infrastruttura provvederà alla conversione automatica della stablecoin in valuta tradizionale, mentre Citi effettuerà il regolamento dei fondi nel proprio ruolo bancario.
Questo modello permette quindi a una multinazionale di offrire ai propri clienti un nuovo metodo di pagamento senza modificare radicalmente la propria gestione finanziaria interna. Il consumatore o l’impresa potrà utilizzare una stablecoin, mentre il beneficiario potrà continuare a ricevere valuta fiat e mantenere processi contabili simili a quelli tradizionali.
Secondo le società, il sistema potrebbe consentire ai merchant collegati a Citi di raggiungere un mercato composto da oltre 150 milioni di possessori di stablecoin nel mondo. Il dato mostra quanto questi strumenti siano ormai considerati non soltanto una componente dell’universo crypto, ma una possibile infrastruttura di pagamento globale.
L’altra parte dell’accordo riguarda direttamente Coinbase. L’exchange utilizzerà il Virtual Account Wallet di Citi, inserito nei servizi Banking-as-a-Service della banca, per alimentare i Coinbase Virtual Accounts. Questi strumenti offriranno funzionalità simili a quelle di un conto bancario, permettendo alle aziende di ricevere, detenere e trasferire fondi attraverso un collegamento tra infrastruttura bancaria e asset digitali.
Un elemento particolarmente significativo è la conversione automatica del denaro fiat ricevuto nei conti virtuali in stablecoin. L’obiettivo è eliminare molti dei passaggi manuali oggi necessari per spostare liquidità tra sistema bancario e blockchain, creando un collegamento più diretto tra i due ambienti.
La collaborazione rappresenta quindi una forma di convergenza sempre più evidente tra banche globali e operatori crypto. Citi porta la propria infrastruttura regolamentata, la capacità di regolamento e una presenza internazionale in oltre 180 Paesi e giurisdizioni. Coinbase mette a disposizione la tecnologia necessaria per gestire i pagamenti su blockchain e collegare stablecoin e moneta tradizionale.
Il progetto partirà inizialmente dagli Stati Uniti e sarà successivamente ampliato con nuove funzionalità. Per Citi l’operazione rientra in una strategia più ampia dedicata ai pagamenti digitali, alla tokenizzazione e ai servizi finanziari attivi ventiquattro ore su ventiquattro. La banca muove ogni giorno volumi nell’ordine di circa 6.000 miliardi di dollari e sta già sviluppando strumenti basati su blockchain attraverso Citi Token Services e sistemi di pagamento in dollari disponibili anche al di fuori dei tradizionali orari bancari.
La portata della collaborazione va però oltre il semplice accordo commerciale. Per anni stablecoin e banche sono state considerate infrastrutture appartenenti a mondi differenti. Oggi iniziano invece a diventare componenti dello stesso sistema di pagamento. Le aziende possono utilizzare la velocità e la programmabilità della blockchain senza necessariamente abbandonare i circuiti bancari tradizionali.
Le stablecoin stanno così cambiando funzione. Da strumento utilizzato prevalentemente per trasferire liquidità tra exchange e mercati crypto, stanno diventando progressivamente un mezzo di pagamento per imprese, fintech e operatori internazionali. L’accordo tra Citi e Coinbase conferma che la nuova fase della finanza digitale potrebbe non nascere dalla sostituzione delle banche, ma dalla fusione tra infrastruttura bancaria e tecnologia blockchain.
Il caso Bitget continua ad allargarsi e, dopo il maxi attacco informatico del 24 settembre, apre ora un nuovo fronte sul rapporto tra decentralizzazione, sicurezza e responsabilità delle infrastrutture blockchain. Al centro della vicenda c’è THORChain, protocollo decentralizzato che consente di scambiare criptovalute appartenenti a reti diverse senza passare attraverso un exchange centralizzato. Bitget ha chiesto al network di impedire l’operatività degli indirizzi collegati all’attaccante, ma la richiesta è stata respinta.
Secondo i dati on-chain analizzati da CoinDesk, un wallet riconducibile all’hacker ha utilizzato THORChain per convertire circa 2.390 Ether in 75,2 Bitcoin, per un controvalore di circa 6,3 milioni di dollari. Le operazioni sarebbero state eseguite attraverso 27 swap completati con successo, mentre ulteriori transazioni risultavano ancora in sospeso al momento della rilevazione. I trasferimenti sono stati effettuati in più tranche, prevalentemente da circa 100 ETH ciascuna, una modalità che consente di distribuire l’operazione nel tempo e ridurre l’impatto di eventuali limiti di liquidità.
La vicenda nasce dal grave attacco subito da Bitget il 24 settembre, che avrebbe provocato perdite per circa 387,5 milioni di dollari. Dopo l’incidente, l’exchange ha pubblicato gli indirizzi riconducibili all’attaccante e ha promosso iniziative per bloccare o recuperare i fondi sottratti, arrivando anche a offrire una ricompensa pari al 5 per cento delle somme recuperate attraverso interventi ritenuti idonei. La società ha inoltre chiesto direttamente a THORChain di rifiutare le operazioni provenienti dagli indirizzi segnalati.
Il protocollo ha però difeso il proprio modello permissionless. La sua posizione è che gli strumenti di emergenza disponibili servano a proteggere l’infrastruttura nel suo complesso e non siano progettati per congelare selettivamente un singolo wallet o una specifica transazione. THORChain può interrompere gli swap sull’intera rete o limitare temporaneamente l’attività relativa a una determinata blockchain, ma una misura di questo tipo avrebbe effetti anche sugli utenti estranei alla vicenda.
È proprio questo il nodo che rende il caso particolarmente rilevante. I protocolli decentralizzati nascono per funzionare senza un’autorità centrale capace di autorizzare o vietare singole operazioni. Questa caratteristica aumenta la resistenza alla censura, ma può diventare problematica quando le stesse infrastrutture vengono utilizzate per spostare fondi provenienti da un furto già identificato. Nel caso di THORChain, gli swap restano comunque visibili sulla blockchain e quindi tracciabili dagli analisti, ma la possibilità di passare rapidamente da Ether a Bitcoin rende più complesso l’intervento degli exchange centralizzati e delle società che cercano di bloccare gli asset.
La decisione di THORChain assume ulteriore peso perché il protocollo, in passato, ha già utilizzato strumenti di emergenza per sospendere temporaneamente parte delle proprie attività. A maggio, dopo un attacco ai suoi vault da circa 10,7 milioni di dollari, il network aveva fermato il trading mentre veniva analizzata e corretta la vulnerabilità. La differenza, secondo la linea sostenuta dal progetto, è che in quel caso era direttamente minacciata l’infrastruttura di THORChain, mentre oggi Bitget chiede al protocollo di intervenire su fondi rubati a un soggetto esterno.
Il caso mostra così una delle contraddizioni più difficili dell’ecosistema crypto. Più una rete è realmente decentralizzata e resistente alle interferenze, più diventa complesso introdurre strumenti selettivi di blocco senza modificare la sua natura. Allo stesso tempo, la crescita del settore e l’aumento degli attacchi informatici stanno rendendo sempre più urgente il confronto su responsabilità, controlli e strumenti di intervento. La vicenda Bitget potrebbe quindi diventare un nuovo punto di riferimento nel dibattito su dove debba fermarsi la neutralità tecnologica e dove debba iniziare la tutela concreta degli utenti. In gioco non c’è soltanto il recupero di centinaia di milioni di dollari, ma anche la definizione pratica dei confini entro cui una rete decentralizzata può restare neutrale senza trasformarsi, indirettamente, in uno strumento utile a chi tenta di sottrarre gli asset ai controlli.