Il mercato del credito digitale legato a Bitcoin sta emergendo come uno dei segmenti più interessanti della nuova finanza crypto. In appena due anni, un settore quasi inesistente ha raggiunto un valore stimato intorno ai 16 miliardi di dollari, attirando l’attenzione di investitori alla ricerca di rendimento senza acquistare direttamente Bitcoin. La crescita è ancora lontana dalle dimensioni della principale criptovaluta, ma mostra come l’ecosistema stia evolvendo verso strumenti finanziari più complessi, capaci di collegare capitale tradizionale, titoli quotati e riserve in asset digitali.
Quando si parla di credito digitale in questo contesto non si fa riferimento ai normali prestiti DeFi. Il modello ruota soprattutto attorno a strumenti finanziari emessi da società che possiedono grandi quantità di Bitcoin e utilizzano il mercato dei capitali per finanziare la propria strategia. Tra gli esempi più conosciuti c’è STRC di Strategy, la società diventata uno dei principali detentori aziendali di Bitcoin. STRC è un’azione privilegiata perpetua quotata al Nasdaq, non una criptovaluta, e offre attualmente un dividendo annualizzato del 12 per cento pagato due volte al mese.
L’obiettivo è semplice da comprendere. Un investitore può cercare un flusso di reddito collegato a un’impresa fortemente esposta a Bitcoin senza dover detenere direttamente BTC e senza basare il proprio rendimento esclusivamente sull’aumento del prezzo della criptovaluta. In cambio, però, assume rischi differenti. Il rendimento dipende dalla solidità dell’emittente, dalla sua capacità di reperire capitale, dal valore delle attività possedute e dalla sostenibilità dei dividendi riconosciuti agli investitori.
Proprio STRC ha mostrato quanto questo equilibrio possa diventare delicato. Nel giugno 2026 il titolo è sceso fino all’area dei 70 dollari, allontanandosi sensibilmente dal valore nominale di 100 dollari attorno al quale Strategy cerca di mantenerne la quotazione. La società ha reagito aumentando il dividendo al 12 per cento, introducendo programmi di riacquisto dei propri titoli e creando una riserva in dollari destinata a coprire dividendi e interessi. Ha inoltre formalizzato la possibilità di vendere parte delle proprie riserve in Bitcoin per sostenere queste esigenze finanziarie.
Il passaggio è significativo perché modifica una delle idee che avevano accompagnato per anni la strategia della società, cioè l’accumulazione quasi continua di Bitcoin. Nel 2026 Strategy ha effettivamente venduto una parte dei BTC detenuti per finanziare una quota dei dividendi sulle azioni privilegiate. Questo dimostra che il credito digitale può creare un circuito nel quale Bitcoin non è soltanto un asset da detenere, ma diventa anche una riserva utilizzabile per sostenere una struttura finanziaria più ampia.
Il mercato osserva con attenzione questa trasformazione. Secondo le stime riportate da KuCoin, il settore vale già circa 16 miliardi di dollari, mentre la capitalizzazione di Bitcoin resta nell’ordine di 1,5 trilioni. Il divario è enorme, ma il confronto serve soprattutto a evidenziare il potenziale di crescita. Se gli investitori dovessero mostrare una preferenza crescente per prodotti capaci di produrre reddito periodico, una parte del capitale destinato in passato all’acquisto diretto di Bitcoin potrebbe spostarsi verso strumenti di credito costruiti attorno allo stesso ecosistema.
Questo non significa che il credito digitale possa sostituire Bitcoin. Le due forme di investimento rispondono a logiche differenti. Chi acquista BTC possiede direttamente un asset digitale scarso e decentralizzato; chi compra strumenti come STRC assume invece un’esposizione verso una società, la sua struttura patrimoniale e la sua politica finanziaria.
La crescita del settore segnala quindi una fase nuova per il mercato crypto. Bitcoin sta diventando la base di prodotti che assomigliano sempre più agli strumenti della finanza tradizionale, con dividendi, azioni privilegiate, riserve e politiche di gestione del capitale. È proprio questa contaminazione tra criptovalute e mercati finanziari regolamentati che potrebbe trasformare il credito digitale da nicchia sperimentale a nuovo segmento dell’industria globale degli investimenti
La Banca centrale europea sta accelerando il lavoro per adattare la moneta di banca centrale alla finanza tokenizzata. L’obiettivo non è creare semplicemente una nuova criptovaluta pubblica, ma permettere ai mercati finanziari che utilizzano blockchain e registri distribuiti di continuare a regolare le operazioni in moneta di banca centrale, considerata l’attività più sicura per chiudere definitivamente una transazione.
Il tema è stato rilanciato da Isabel Schnabel, membro del Comitato esecutivo della BCE, che ha illustrato tre possibili modelli per portare la moneta di banca centrale sulle infrastrutture programmabili. La questione è sempre più importante perché banche, gestori, borse e operatori istituzionali stanno sperimentando titoli, obbligazioni, fondi e depositi rappresentati attraverso token. Se gli asset finanziari si spostano su nuove reti digitali, anche la parte monetaria della transazione deve essere in grado di seguirli.
Il primo modello è quello più diretto. Le riserve detenute dalle banche presso la banca centrale potrebbero essere rappresentate direttamente come token su un registro programmabile. In questo scenario la moneta di banca centrale diventerebbe nativa dell’infrastruttura DLT e potrebbe interagire con titoli e altri asset digitalizzati attraverso smart contract. È la soluzione che offre il livello più elevato di integrazione, ma richiede anche cambiamenti profondi nelle infrastrutture e nelle modalità operative oggi utilizzate dall’Eurosistema.
Il secondo modello punta invece a conservare l’architettura esistente. I sistemi tradizionali di pagamento e regolamento, compresi i servizi TARGET, resterebbero operativi e verrebbero collegati alle piattaforme DLT attraverso meccanismi di interoperabilità e sincronizzazione. In questo modo gli asset potrebbero muoversi sulla blockchain mentre il pagamento finale continuerebbe ad avvenire nei sistemi della banca centrale. È una soluzione meno radicale e consente di utilizzare le infrastrutture già esistenti riducendo i rischi di una migrazione immediata.
La terza possibilità prevede l’intervento di soggetti privati. Un intermediario potrebbe detenere riserve presso la banca centrale in un conto dedicato ed emettere sulla rete un token di regolamento completamente coperto da quelle riserve. Il token sarebbe quindi una passività privata e non moneta emessa direttamente dalla BCE, ma avrebbe alle spalle attività della banca centrale. Questo modello potrebbe favorire l’innovazione privata, pur richiedendo regole rigorose per evitare rischi di credito, liquidità e frammentazione.
Dietro questi scenari c’è una priorità precisa: preservare il sistema monetario europeo a due livelli. La BCE vuole continuare a fornire la moneta utilizzata per il regolamento finale, mentre le banche commerciali devono mantenere il loro ruolo nell’offerta di depositi, credito e servizi ai clienti. La tokenizzazione, quindi, non dovrebbe eliminare gli intermediari, ma modificare l’infrastruttura attraverso la quale vengono scambiati denaro e strumenti finanziari.
Uno dei principali vantaggi sarebbe il cosiddetto regolamento atomico, nel quale trasferimento dell’asset e pagamento avvengono contemporaneamente. O entrambe le parti dell’operazione vengono completate oppure nessuna delle due viene eseguita. Questo meccanismo può ridurre i rischi di controparte, accorciare i tempi di regolamento, semplificare la riconciliazione dei dati e rendere più efficiente la gestione della liquidità e del collaterale.
L’Eurosistema ha già iniziato a trasformare queste idee in infrastrutture concrete. Il 21 settembre 2026 è stato lanciato Pontes, che collega le piattaforme DLT ai servizi TARGET e permette di regolare operazioni su asset tokenizzati utilizzando moneta di banca centrale. Parallelamente procede Appia, progetto più ambizioso rivolto alla costruzione di un ecosistema finanziario europeo tokenizzato e interoperabile nel lungo periodo.
Questo percorso non coincide con quello dell’euro digitale destinato ai cittadini e ai pagamenti al dettaglio. Qui il terreno è soprattutto quello dei mercati wholesale, delle banche e delle grandi transazioni finanziarie. La sfida della BCE è fare in modo che la diffusione della blockchain non sposti il cuore dei regolamenti verso stablecoin private o infrastrutture esterne all’Europa. La posta in gioco riguarda quindi non soltanto l’efficienza tecnologica, ma anche la stabilità finanziaria, la sovranità monetaria e la capacità dell’euro di restare centrale nella nuova economia tokenizzata.
L’euro digitale sta entrando in una fase sempre più concreta e la Banca Centrale Europea accelera su un progetto che potrebbe cambiare il modo in cui cittadini e imprese pagano nell’area euro. L’obiettivo non è sostituire il contante né creare una criptovaluta europea, ma introdurre una forma digitale di moneta pubblica emessa dall’Eurosistema, utilizzabile nei pagamenti quotidiani accanto alle banconote e agli strumenti bancari tradizionali.
Il progetto nasce anche da una questione strategica. Oggi una parte rilevante dei pagamenti elettronici europei dipende da grandi circuiti internazionali, soprattutto statunitensi. Per la BCE questa concentrazione rappresenta un elemento di vulnerabilità, perché l’Europa dispone ancora di infrastrutture di pagamento frammentate e non possiede una soluzione pubblica digitale utilizzabile in modo uniforme in tutta l’area euro. L’euro digitale dovrebbe quindi rafforzare l’autonomia europea e offrire una rete di pagamento comune, accessibile sia nei negozi fisici sia online.
La tabella di marcia sta diventando più definita. La BCE punta a essere tecnicamente pronta per una possibile prima emissione nel 2029, a condizione che il quadro legislativo europeo venga approvato. La decisione definitiva sull’introduzione della nuova moneta non è stata ancora presa e arriverà soltanto dopo l’adozione del regolamento dedicato. Nel frattempo l’Eurosistema sta costruendo l’infrastruttura, definendo le regole operative e coinvolgendo banche, società di pagamento, commercianti e fornitori tecnologici.
Un passaggio importante sarà il progetto pilota previsto nella seconda metà del 2027 e destinato a durare dodici mesi. La BCE ha selezionato 36 prestatori di servizi di pagamento provenienti dall’area euro, tra banche e operatori non bancari. Il test servirà a verificare il funzionamento della piattaforma in situazioni vicine alla vita reale, dai trasferimenti tra persone agli acquisti nei punti vendita e nell’e-commerce. Saranno sperimentati anche pagamenti online e offline, un elemento particolarmente importante per garantire continuità del servizio anche in assenza di connessione.
La versione offline rappresenta inoltre uno dei punti più delicati sul fronte della privacy. L’idea della BCE è consentire pagamenti con caratteristiche vicine a quelle del contante, limitando la quantità di informazioni accessibili agli intermediari. Anche nelle transazioni online il progetto prevede una forte protezione dei dati e una struttura che impedisca alla banca centrale di ricostruire direttamente le abitudini di spesa dei singoli utenti.
Dal punto di vista economico, però, la trasformazione avrà costi significativi. L’Eurosistema stima circa 1,3 miliardi di euro per lo sviluppo dell’infrastruttura fino alla possibile prima emissione e circa 320 milioni l’anno per il successivo funzionamento. Anche banche e operatori dovranno investire nell’adeguamento dei propri sistemi informatici, nell’integrazione dei wallet e nella gestione dei nuovi processi di pagamento.
Per evitare che il nuovo strumento diventi una forma di risparmio alternativa ai depositi bancari, la BCE prevede inoltre un limite alle somme detenibili e nessuna remunerazione. I pagamenti superiori al massimale potrebbero comunque essere eseguiti collegando automaticamente il wallet a un conto corrente, mantenendo così fluida l’esperienza d’uso.
Il nodo centrale resta l’adozione. Una tecnologia pubblica può essere sicura ed efficiente, ma deve risultare semplice per chi la utilizza. L’euro digitale dovrà quindi competere con carte, wallet mobili, bonifici istantanei e soluzioni private già radicate nelle abitudini dei consumatori. Il progetto potrebbe tuttavia offrire ai commercianti maggiore concorrenza nei servizi di pagamento e ridurre la dipendenza da pochi operatori dominanti.
Sul fondo emerge una trasformazione più ampia. La diffusione delle stablecoin e delle valute digitali private sta modificando rapidamente il sistema monetario globale, mentre gli Stati Uniti hanno scelto di favorire soprattutto token privati ancorati al dollaro. L’Europa sta seguendo una strada diversa, puntando su una moneta digitale pubblica. La sfida non riguarda quindi soltanto la tecnologia, ma il controllo delle infrastrutture attraverso cui circolerà il denaro nei prossimi anni. L’euro digitale nasce proprio in questo spazio, tra innovazione, sovranità monetaria e competizione globale.
Il mondo delle stablecoin in euro entra in una fase più matura, nella quale la tecnologia non viene più considerata separatamente dalle regole. EURXT, il token denominato in euro sviluppato da CACEIS, società del gruppo Crédit Agricole, rappresenta bene questa evoluzione. Il progetto nasce infatti con un’impostazione orientata alla conformità normativa e alla sicurezza degli smart contract.
EURXT è un electronic money token ancorato all’euro con rapporto uno a uno ed è stato emesso sulla blockchain Ethereum secondo lo standard ERC-20. CACEIS lo ha lanciato nel luglio 2026 per offrire agli investitori istituzionali e alle imprese uno strumento digitale di regolamento adatto alle infrastrutture blockchain. La stablecoin è coperta da riserve dedicate costituite da liquidità detenuta nel bilancio di CACEIS Bank, mentre il progetto è stato strutturato nel quadro del regolamento europeo MiCA.
L’aspetto più interessante riguarda però la costruzione stessa del token. L’architettura di EURXT incorpora funzioni che consentono all’emittente di gestire in modo controllato emissione, rimborso, blocco degli indirizzi, sospensione delle operazioni e altre attività necessarie in un ambiente finanziario regolamentato. In pratica, la compliance non viene affidata soltanto a procedure esterne, controlli manuali o verifiche successive, ma viene tradotta anche in regole operative presenti nello smart contract.
Su questo fronte CACEIS ha coinvolto OpenZeppelin, una delle società più note nella sicurezza delle applicazioni blockchain. L’audit pubblicato sul contratto EURXT non ha individuato vulnerabilità critiche, elevate o di media gravità. Sono stati segnalati tre problemi classificati a bassa severità, che CACEIS ha dichiarato di voler correggere nella versione destinata al lancio operativo. Il controllo ha riguardato il codice principale del token e alcune librerie collegate, mentre altre componenti dell’infrastruttura, comprese parti della governance e dei processi fuori dalla blockchain, non rientravano nel perimetro dell’analisi.
Questa impostazione chiarisce anche la natura di EURXT. Non si tratta di una stablecoin pensata per replicare i modelli più aperti e permissionless del mercato crypto, ma di uno strumento progettato per inserirsi nei processi della finanza istituzionale. Il token deve quindi conciliare la velocità e la programmabilità della blockchain con esigenze tipiche del sistema bancario, come identificazione delle controparti, gestione dei rischi, possibilità di intervento dell’emittente e rispetto delle prescrizioni normative.
Il primo utilizzo concreto ha già mostrato la direzione scelta. EURXT è stato impiegato per regolare una sottoscrizione in un fondo monetario tokenizzato di Amundi. L’operazione ha dimostrato come una stablecoin bancaria possa essere utilizzata non soltanto come rappresentazione digitale dell’euro, ma come componente di una nuova infrastruttura di regolamento per fondi, strumenti finanziari e attività tokenizzate.
È importante anche distinguere EURXT dall’euro digitale della BCE. Il primo è un token di moneta elettronica emesso da una banca privata e regolato da MiCA, mentre l’euro digitale sarebbe moneta di banca centrale. Sono strumenti diversi, anche se entrambi partecipano alla trasformazione dei pagamenti europei.
Per il mercato europeo il punto è rilevante. Con MiCA, l’Unione europea ha creato un quadro uniforme per gli emittenti e i prestatori di servizi legati ai crypto-asset, spingendo il settore verso standard più vicini a quelli della finanza tradizionale. In questo scenario, la capacità di integrare controlli normativi direttamente nell’architettura tecnologica può diventare un vantaggio competitivo.
EURXT mostra quindi una possibile traiettoria per le stablecoin europee. Il futuro potrebbe non essere dominato soltanto dalla competizione sul numero di utenti o sui volumi scambiati, ma anche dalla capacità di offrire strumenti digitali compatibili con banche, gestori, imprese e infrastrutture regolamentate. La vera sfida sarà capire se questo modello riuscirà a raggiungere una scala significativa e se altri grandi gruppi finanziari europei seguiranno la stessa strada, trasformando la stablecoin da prodotto crypto a vera infrastruttura monetaria per la finanza digitale.
La Banque de France torna a mettere le stablecoin al centro del dibattito europeo sulla moneta digitale. L’obiettivo è chiarire meglio la natura di questi strumenti, distinguerli dalle valute digitali emesse dalle banche centrali e soprattutto evitare che la crescita dei token legati al dollaro finisca per ridurre lo spazio economico e strategico dell’euro.
Le stablecoin sono asset digitali emessi da soggetti privati e progettati per mantenere un valore relativamente stabile grazie al collegamento con una valuta tradizionale o con altre attività di riserva. Le più diffuse sono oggi legate al dollaro statunitense e vengono utilizzate nel trading, nei trasferimenti internazionali, nei pagamenti e nelle applicazioni della finanza decentralizzata. Proprio questa diffusione ha trasformato un prodotto nato nell’ecosistema crypto in una questione di politica monetaria e di stabilità finanziaria.
La posizione francese parte da una distinzione fondamentale. Una stablecoin non è moneta di banca centrale. Il suo valore dipende dall’emittente, dalla qualità delle riserve, dalla capacità di garantire il rimborso e dalla solidità delle regole applicate. Una valuta digitale pubblica, invece, rappresenta direttamente una passività della banca centrale e si colloca quindi su un livello diverso sotto il profilo della fiducia, della sicurezza e della funzione monetaria.
Per Parigi il problema non è soltanto tecnico. Se una quota crescente di pagamenti europei venisse regolata attraverso stablecoin denominate in dollari, l’Unione potrebbe trovarsi di fronte a una progressiva forma di dollarizzazione digitale. In questo scenario il dollaro rafforzerebbe il proprio peso anche all’interno di infrastrutture blockchain utilizzate da cittadini e imprese europee, mentre l’euro rischierebbe di perdere centralità nei nuovi mercati tokenizzati.
Da qui nasce la richiesta di un quadro più rigoroso. L’Europa dispone già del regolamento MiCA, che ha introdotto regole comuni per gli emittenti di crypto-asset e per i fornitori di servizi. Tuttavia, secondo l’impostazione sostenuta dalla Banque de France, l’evoluzione del mercato richiede ulteriori cautele, soprattutto quando una stessa stablecoin viene emessa o distribuita attraverso strutture presenti sia nell’Unione sia in Paesi terzi.
Uno dei temi più delicati riguarda infatti i modelli di emissione multipla. In condizioni normali possono favorire una circolazione globale più efficiente, ma durante una crisi potrebbero generare forti richieste di rimborso concentrate sulla parte europea del sistema. Il rischio è che le riserve disponibili nell’Unione vengano sottoposte a una pressione improvvisa, con possibili conseguenze sulla liquidità e sulla stabilità finanziaria.
Un altro fronte riguarda la tutela degli utenti. Le autorità europee continuano a ricordare che non tutte le stablecoin offrono lo stesso livello di protezione. La conformità al MiCA, la trasparenza sulle riserve, i diritti di rimborso e la vigilanza sull’emittente diventano quindi elementi decisivi per distinguere prodotti regolamentati da strumenti che espongono investitori e consumatori a rischi molto più elevati.
La strategia francese si inserisce inoltre nel più ampio progetto europeo dedicato alla moneta digitale pubblica e alla tokenizzazione della finanza. La Banque de France sostiene da tempo che la moneta di banca centrale debba restare il punto di riferimento anche in un sistema finanziario costruito su blockchain. In questa direzione si muovono sia il progetto dell’euro digitale destinato ai pagamenti al dettaglio sia le nuove infrastrutture pensate per regolare operazioni finanziarie tokenizzate tra intermediari.
Il confronto sulle stablecoin, quindi, non riguarda soltanto il futuro delle criptovalute. In gioco c’è il ruolo stesso dell’euro nell’economia digitale. L’Europa vuole favorire innovazione e pagamenti più efficienti, ma senza lasciare che infrastrutture private denominate in valute straniere assumano una funzione monetaria dominante. La linea francese punta proprio a questo equilibrio, integrare la tecnologia blockchain nel sistema finanziario mantenendo però sotto controllo i rischi di liquidità, dipendenza esterna e perdita di sovranità monetaria.