Le azioni tokenizzate stanno uscendo dalla nicchia della finanza blockchain per diventare uno dei segmenti più dinamici dell’intero mercato degli asset digitali. Il segnale più evidente arriva dal numero di wallet che detengono questi strumenti, che ha superato per la prima volta la soglia di un milione. Un traguardo simbolico, ma soprattutto indicativo della velocità con cui sta crescendo l’interesse per una nuova modalità di accesso ai mercati azionari.
Secondo i dati più recenti, la partecipazione alle azioni tokenizzate è aumentata di circa il 420% rispetto a un anno fa. Ancora più significativa è stata l’accelerazione degli ultimi mesi. All’inizio di agosto il numero degli indirizzi che possedevano azioni o ETF rappresentati sulla blockchain sfiorava già quota 967.000, dopo una crescita superiore al 90% nell’arco di appena trenta giorni.
Il fenomeno riguarda titoli molto conosciuti dagli investitori tradizionali. Azioni di società come Nvidia, Tesla e Apple, insieme a strumenti collegati agli indici S&P 500 e Nasdaq, possono essere rappresentate attraverso token digitali e trasferite utilizzando infrastrutture blockchain. In alcuni modelli il token è sostenuto da un titolo detenuto presso un custode, mentre in altri casi offre soltanto un’esposizione economica al valore dell’azione. È quindi importante distinguere tra le diverse strutture, perché possedere un token non significa necessariamente diventare azionista diretto della società.
Uno dei principali motivi della crescita è la possibilità di superare alcuni limiti temporali dei mercati tradizionali. Wall Street continua a funzionare secondo orari prestabiliti e le operazioni sui mercati statunitensi vengono normalmente regolate secondo il sistema T+1. Le infrastrutture blockchain, invece, possono consentire trasferimenti praticamente continui e regolamenti molto più rapidi.
Questa caratteristica sta modificando anche le abitudini degli investitori. Su alcune piattaforme oltre il 65% delle operazioni sulle azioni tokenizzate avviene fuori dagli orari tradizionali di Borsa. Un dato particolarmente interessante perché mostra come la domanda non derivi soltanto dalla curiosità verso una nuova tecnologia, ma anche dalla possibilità di reagire immediatamente a notizie, risultati societari ed eventi geopolitici senza attendere l’apertura del Nasdaq o del New York Stock Exchange.
Anche i capitali stanno aumentando. Il valore complessivo delle azioni tokenizzate presenti sulle blockchain ha superato i 2,6 miliardi di dollari, rispetto a poche centinaia di milioni registrati circa un anno prima. Parallelamente sono cresciuti i trasferimenti, con volumi mensili onchain arrivati a diversi miliardi di dollari. Solana si è affermata come una delle infrastrutture più utilizzate grazie alla velocità delle transazioni e ai costi contenuti, mentre Ethereum, BNB Chain e altre reti continuano a contendersi una parte del mercato.
La vera trasformazione, però, riguarda ciò che questi strumenti possono fare una volta portati sulla blockchain. Un’azione tokenizzata non deve necessariamente restare ferma in un portafoglio digitale. Può, nei limiti consentiti dal prodotto e dalla piattaforma utilizzata, essere trasferita, scambiata o impiegata come garanzia all’interno di applicazioni finanziarie decentralizzate. Il confine tra mercato azionario e DeFi diventa così progressivamente meno netto.
L’espansione sta attirando anche grandi operatori. Robinhood, Kraken, Ondo Finance, Binance e numerose società specializzate stanno sviluppando servizi dedicati, mentre infrastrutture tradizionali come DTCC lavorano alla tokenizzazione di azioni, ETF e titoli del Tesoro. Il mercato si sta quindi muovendo contemporaneamente dal basso, attraverso milioni di wallet, e dall’alto, attraverso istituzioni che gestiscono alcune delle principali infrastrutture finanziarie mondiali.
Il milione di wallet non equivale naturalmente a un milione di singoli investitori, perché una persona può controllare diversi indirizzi e un singolo wallet custodiale può rappresentare più clienti. Inoltre, liquidità, diritti degli investitori, regole di rimborso e natura giuridica dei token rimangono elementi decisivi.
Il dato resta comunque significativo. La tokenizzazione sta iniziando a trasformare le azioni da strumenti custoditi esclusivamente all’interno delle infrastrutture finanziarie tradizionali in asset digitali trasferibili e programmabili. Se questa crescita continuerà, la prossima evoluzione dei mercati potrebbe non riguardare soltanto quali titoli acquistare, ma il modo stesso in cui le azioni vengono detenute, scambiate e utilizzate.
MoonPay accelera la propria trasformazione da semplice porta d’accesso alle criptovalute a infrastruttura globale per i pagamenti digitali. La società ha lanciato MoonPay Enterprise, una piattaforma pensata per banche, fintech, operatori commerciali e imprese che vogliono utilizzare le stablecoin senza dover costruire internamente una complessa rete di partner bancari, fornitori di liquidità, sistemi blockchain e procedure di conformità.
Il nuovo servizio nasce dall’integrazione di Iron, società specializzata in infrastrutture per stablecoin acquisita da MoonPay nel marzo 2025. L’obiettivo è riunire in un’unica piattaforma le principali attività necessarie per trasferire valore tra moneta tradizionale e asset digitali. Le aziende potranno raccogliere fondi attraverso circuiti locali e internazionali, convertirli in stablecoin, gestire operazioni di tesoreria, effettuare pagamenti in più Paesi e persino emettere una propria moneta digitale ancorata a una valuta fiat.
Uno degli elementi centrali è la possibilità di ricevere denaro tramite sistemi come SEPA, ACH, Faster Payments, PIX e SWIFT. Le somme possono confluire in conti virtuali intestati e venire trasformate automaticamente in stablecoin, riducendo i passaggi tecnici e amministrativi. In senso inverso, la piattaforma consente di ricevere stablecoin, convertirle in valuta locale e inviare il pagamento attraverso i normali circuiti bancari disponibili nei mercati supportati.
MoonPay Enterprise comprende anche servizi di conversione destinati a operazioni di dimensioni rilevanti. Le imprese possono accedere a liquidità istituzionale per riequilibrare la tesoreria, finanziare le proprie piattaforme o eseguire scambi fuori mercato. A questo si aggiunge la possibilità di creare stablecoin personalizzate e garantite da riserve in valuta, con strumenti integrati per emissione, rimborso, distribuzione e controllo degli utenti.
Il vantaggio promesso è soprattutto operativo. Fino a oggi, un’impresa interessata ai pagamenti in stablecoin doveva spesso coordinare più fornitori, ciascuno responsabile di una fase diversa. Ogni collegamento aggiungeva costi, tempi di integrazione, verifiche contrattuali e responsabilità regolamentari. MoonPay punta invece a offrire un solo accesso tecnologico, attraverso API, dashboard e assistenza dedicata, nascondendo gran parte della complessità dietro un’infrastruttura comune.
La conformità rappresenta un altro pilastro del progetto. La piattaforma incorpora procedure di identificazione dei clienti e delle imprese, controlli sulle sanzioni, monitoraggio delle transazioni, verifiche antiriciclaggio e raccolta documentale. MoonPay dichiara inoltre di utilizzare il proprio insieme di licenze e registrazioni negli Stati Uniti, nell’Unione europea, nel Regno Unito e a Jersey, anche se disponibilità e funzioni cambiano in base al Paese, alla valuta e all’asset utilizzato.
Il servizio è già impiegato in alcuni casi concreti. Deel utilizza l’infrastruttura per i pagamenti in stablecoin collegati al lavoro internazionale, mentre Paysafe la integra nei servizi destinati ai commercianti. Tra i partner indicati figurano anche Whop, WalletConnect, Ingenico, Exodus e altre imprese attive nei pagamenti e nell’economia digitale. Secondo MoonPay, la piattaforma gestisce già volumi per centinaia di milioni e opera con più di cinquanta clienti aziendali in oltre 190 Paesi.
Il lancio conferma una tendenza più ampia. Le stablecoin stanno uscendo dall’ambito del trading per diventare strumenti di regolamento, tesoreria e pagamento transfrontaliero. La loro utilità non dipende soltanto dalla velocità della blockchain, ma dalla capacità di collegarsi in modo affidabile ai conti bancari, alle valute nazionali e alle regole applicabili. È proprio su questo terreno che MoonPay vuole competere, proponendosi non più soltanto come intermediario per acquistare criptovalute, ma come infrastruttura invisibile per il movimento globale del denaro.
Restano tuttavia questioni rilevanti. La stabilità dipende dalla qualità delle riserve, dalla gestione della liquidità e dalla solidità degli operatori coinvolti. Anche la concentrazione di più funzioni in un’unica piattaforma può semplificare il servizio, ma aumenta l’importanza dei controlli, della continuità operativa e della trasparenza. MoonPay Enterprise rappresenta quindi un passo significativo verso l’integrazione tra finanza tradizionale e blockchain, ma il suo successo dipenderà dalla capacità di coniugare efficienza, sicurezza e rispetto delle regole nei diversi mercati.
Revolut prepara un nuovo passo nella trasformazione da app finanziaria globale a banca digitale capace di controllare direttamente anche una parte dei pagamenti basati su blockchain. Il gruppo è stato selezionato dalla Financial Conduct Authority britannica per partecipare alla coorte dedicata alle stablecoin della Regulatory Sandbox, ambiente controllato nel quale alcune imprese possono sperimentare prodotti innovativi prima dell’entrata in vigore del nuovo quadro normativo.
Il progetto riguarda una stablecoin denominata in sterline, progettata per mantenere un valore stabile di una sterlina per ogni token emesso. La moneta digitale dovrebbe essere sostenuta da riserve espresse nella stessa valuta e consentire agli utenti di acquistare, detenere, vendere e trasferire il token attraverso l’app di Revolut e, in prospettiva, anche sulle reti pubbliche dell’ecosistema crypto. Non si tratta ancora di un lancio commerciale, ma di una fase di sperimentazione regolamentata che potrebbe preparare un prodotto destinato al grande pubblico.
L’ingresso nella sandbox assume particolare rilievo perché Revolut dispone di una base clienti enorme e di un’infrastruttura già utilizzata quotidianamente per conti, carte, cambi valutari, investimenti e trasferimenti internazionali. Una stablecoin proprietaria permetterebbe alla società di integrare il regolamento delle operazioni digitali nella propria piattaforma, riducendo la dipendenza da emittenti esterni e creando un collegamento più diretto tra denaro bancario e blockchain.
Il progetto arriva in una fase di forte crescita. Revolut ha chiuso il 2025 con ricavi pari a 6 miliardi di dollari, in aumento del 46 per cento rispetto all’anno precedente, e con un utile prima delle imposte di 2,3 miliardi. I clienti retail hanno raggiunto quota 68,3 milioni, mentre i saldi complessivi affidati alla piattaforma sono saliti a 67,5 miliardi di dollari. Numeri che mostrano come la società non sia più soltanto una fintech emergente, ma un operatore finanziario internazionale con dimensioni ormai paragonabili a quelle di grandi gruppi bancari.
Un altro passaggio decisivo è arrivato nel marzo 2026, quando Revolut ha ottenuto l’autorizzazione a operare come banca pienamente autorizzata nel Regno Unito, dopo la conclusione della fase di mobilitazione. La licenza consente al gruppo di ampliare i servizi bancari, accettare depositi protetti e sviluppare nuovi prodotti. L’eventuale stablecoin non sarebbe però automaticamente assimilabile a un deposito bancario e dovrebbe rispettare regole specifiche su riserve, rimborso, tutela dei possessori e continuità operativa.
La strategia di Revolut si inserisce in una competizione sempre più intensa. Le stablecoin sono nate soprattutto come strumenti per il trading di criptovalute, ma stanno diventando infrastrutture per pagamenti, trasferimenti internazionali, regolamento commerciale e gestione della liquidità. Per una piattaforma globale, emettere un token ancorato alla sterlina potrebbe significare offrire transazioni più rapide, operatività continua e costi inferiori rispetto ad alcuni circuiti tradizionali, soprattutto nei pagamenti tra Paesi diversi.
Il Regno Unito sta intanto costruendo un sistema di regole dedicato. La FCA sarà responsabile dell’emissione, della custodia e dell’ammissione agli scambi delle stablecoin britanniche, mentre i progetti considerati sistemici saranno sottoposti anche alla vigilanza della Bank of England. Il nuovo impianto punta a garantire riserve di elevata qualità, rimborso al valore nominale, protezione degli asset e adeguata capacità di affrontare crisi di liquidità o problemi operativi.
La partecipazione di Revolut alla sandbox non rappresenta quindi un’autorizzazione definitiva né garantisce che la stablecoin venga lanciata nei tempi ipotizzati. Indica però una direzione strategica chiara. La società vuole occupare un ruolo centrale nella nuova infrastruttura monetaria digitale, trasformando la propria app in un ambiente nel quale valuta tradizionale, depositi bancari e token regolamentati possano convivere. Il successo dipenderà dalla qualità delle riserve, dalla trasparenza del modello e dalla fiducia degli utenti, oltre che dalla capacità dei regolatori di accompagnare l’innovazione senza indebolire la stabilità finanziaria nel nuovo sistema dei pagamenti.
Ethereum torna a mostrare segnali di vitalità, ma il movimento osservato nelle ultime ore non basta ancora per parlare di una vera inversione di tendenza. Il prezzo di Ether è risalito nell’area dei 1.900 dollari, recuperando parte delle perdite accumulate nelle sedute precedenti. La reazione ha riacceso l’attenzione degli investitori, anche se il mercato continua a muoversi in una fase caratterizzata da scarsa direzionalità, volumi non sempre convincenti e forte dipendenza dall’andamento di Bitcoin.
Il dato più importante è che Ethereum rimane inserito in una fascia di oscillazione relativamente stretta. Nelle ultime settimane il prezzo si è mosso soprattutto tra 1.840 e 1.940 dollari, senza riuscire a superare con decisione la soglia psicologica dei 2.000 dollari. Il ritorno sopra 1.900 rappresenta quindi un segnale positivo, ma ancora insufficiente per confermare l’avvio di un nuovo ciclo rialzista. Per modificare davvero il quadro tecnico servirebbe una rottura stabile delle resistenze, accompagnata da un aumento degli scambi e da una maggiore partecipazione degli acquirenti.
La dinamica recente nasce dal minimo locale registrato all’inizio di giugno. Da quel livello Ethereum ha costruito diversi tentativi di recupero, alternando rimbalzi rapidi a nuove correzioni. Il mercato ha formato una struttura di consolidamento che riflette l’incertezza degli operatori. Da una parte, i prezzi più bassi attirano acquisti di medio periodo; dall’altra, molti investitori preferiscono incassare i guadagni appena Ether si avvicina alle resistenze più importanti.
Il confronto con Bitcoin offre indicazioni leggermente più incoraggianti. Il rapporto ETH/BTC ha recuperato terreno tra la fine di giugno e la seconda metà di luglio, mostrando una fase in cui Ethereum ha ottenuto risultati migliori rispetto alla principale criptovaluta. La successiva correzione è rimasta contenuta e può essere interpretata come un assestamento dopo il rialzo. Anche in questo caso, però, manca una conferma definitiva. Bitcoin conserva una forza relativa maggiore e continua a influenzare l’intero comparto digitale, soprattutto nei momenti di maggiore tensione.
Un altro elemento osservato con attenzione riguarda la quantità di Ether custodita sugli exchange centralizzati. Le riserve disponibili sulle piattaforme di scambio risultano in diminuzione da diversi mesi. Quando le monete vengono trasferite verso wallet esterni, spesso diminuisce la quantità immediatamente disponibile per la vendita. Questo comportamento può indicare accumulo e una maggiore propensione alla conservazione nel medio-lungo periodo. Non significa però che il prezzo debba salire automaticamente, perché i movimenti on-chain devono essere valutati insieme alla domanda reale, alla liquidità e al contesto macroeconomico.
Anche il comportamento dei grandi possessori appare prudente. Alcuni operatori hanno aperto posizioni rialziste, mentre altri hanno ridotto l’esposizione o chiuso operazioni precedenti. Sul mercato dei derivati non emerge quindi una convinzione uniforme. Le cosiddette balene sembrano interessate ad accumulare Ether a prezzi considerati convenienti, ma non mostrano ancora la volontà di sostenere un rally aggressivo nel breve periodo.
Le prospettive restano legate ai livelli tecnici. Una tenuta sopra 1.900 dollari potrebbe favorire un nuovo test di 1.940 e successivamente dei 2.000 dollari. Una discesa sotto 1.840 riaprirebbe invece la strada verso aree inferiori, con il rischio di un ritorno nella fascia compresa tra 1.700 e 1.800 dollari. Nel breve termine lo scenario più probabile resta quello di una lateralizzazione volatile, con improvvisi movimenti in entrambe le direzioni.
Ethereum conserva comunque un ruolo centrale nell’economia blockchain, grazie agli smart contract, alla finanza decentralizzata, alla tokenizzazione e alle applicazioni costruite sulla sua rete. La solidità tecnologica, tuttavia, non elimina la volatilità del token. La ripresa odierna va quindi letta come un primo segnale di reazione, non come la prova che la fase ribassista sia terminata. Per una svolta più credibile serviranno continuità negli acquisti, maggiore forza rispetto a Bitcoin e il superamento netto delle resistenze che finora hanno frenato il mercato.
BlackRock compie un nuovo passo nella trasformazione digitale della finanza tradizionale e amplia la propria offerta con due fondi monetari dotati di quote registrate su blockchain. L’operazione non riguarda criptovalute speculative, ma strumenti costruiti intorno ad attività considerate tra le più liquide e prudenti del mercato, come contanti, titoli del Tesoro statunitense a brevissima scadenza e operazioni di pronti contro termine garantite dagli stessi titoli.
Il primo prodotto è il BlackRock Select Treasury Based Liquidity Fund, un fondo già attivo da molti anni che viene ora affiancato da una classe di quote OnChain. La novità, quindi, non consiste nella creazione di un portafoglio completamente diverso, ma nel modo in cui la partecipazione degli investitori viene registrata, trasferita e verificata. Le quote digitali possono essere rappresentate sulla blockchain, mentre gli strumenti finanziari sottostanti continuano a essere custoditi e amministrati secondo le regole del mercato regolamentato.
Il secondo prodotto è il BlackRock Daily Reinvestment Stablecoin Reserve Vehicle, progettato in modo specifico per rispondere alle esigenze degli emittenti di stablecoin. Il fondo mira a produrre reddito mantenendo elevati livelli di liquidità e stabilità del capitale. Investe esclusivamente in liquidità, titoli del Tesoro americano con scadenza non superiore a 93 giorni e pronti contro termine overnight garantiti da strumenti del Tesoro. I proventi vengono gestiti con una logica di reinvestimento quotidiano, utile per operatori che devono amministrare riserve consistenti e continuamente disponibili. Il nuovo veicolo applica inoltre spese annue nette indicate nello 0,17 per cento, un livello competitivo per un prodotto istituzionale che combina gestione monetaria, conformità normativa e infrastruttura digitale specializzata rivolta agli operatori professionali.
Il collegamento con le stablecoin è centrale. Negli Stati Uniti il nuovo quadro normativo richiede agli emittenti di sostenere i token di pagamento con attività liquide, trasparenti e di elevata qualità. BlackRock punta quindi a offrire un’infrastruttura pronta per questa nuova domanda, trasformando il fondo monetario in uno strumento utilizzabile anche come riserva regolamentata. In questo modello, la blockchain non sostituisce il dollaro o i titoli pubblici, ma rende più digitale la gestione delle quote che rappresentano tali attività.
Ethereum resta un punto di riferimento per la strategia onchain del gruppo, grazie alla sua liquidità, alla diffusione delle stablecoin e alla presenza di un ecosistema finanziario già sviluppato. La classe OnChain del Select Treasury Based Liquidity Fund utilizza la rete Ethereum, mentre BlackRock conserva la possibilità di estendere nel tempo i propri prodotti ad altre infrastrutture compatibili. È una strategia già sperimentata con BUIDL, il fondo tokenizzato lanciato con Securitize e successivamente distribuito su più blockchain.
L’aspetto più importante è che questi prodotti non sono strumenti DeFi privi di controlli. Gli investitori devono superare procedure di identificazione, verifiche antiriciclaggio e autorizzazione dei wallet. Le quote possono circolare attraverso un sistema basato su blockchain pubbliche, ma all’interno di un ambiente permissioned, nel quale il transfer agent mantiene anche un registro tradizionale che collega gli indirizzi digitali ai titolari effettivi.
La tokenizzazione promette maggiore rapidità operativa, tracciabilità delle transazioni e integrazione con piattaforme digitali attive ventiquattro ore su ventiquattro. Non elimina però i rischi. Un fondo monetario non è un deposito bancario garantito, può perdere valore e resta esposto a problemi di liquidità, funzionamento della rete, sicurezza informatica, gestione delle chiavi private e possibili interruzioni della blockchain.
La mossa di BlackRock mostra dunque una direzione precisa. La finanza tradizionale non sta semplicemente entrando nel mercato delle criptovalute, ma sta portando obbligazioni pubbliche, fondi regolamentati e gestione professionale della liquidità dentro infrastrutture digitali. Le stablecoin potrebbero diventare il principale punto di incontro tra questi due mondi, mentre i fondi tokenizzati si candidano a essere uno dei pilastri della nuova economia programmabile.