Pechino chiude ogni spazio alle criptovalute e alla tokenizzazione degli asset reali

Pechino chiude ogni spazio alle criptovalute e alla tokenizzazione degli asset reali

La Cina torna a segnare un confine netto e invalicabile nel rapporto tra tecnologia, finanza e sovranità monetaria. Con una nuova circolare congiunta firmata dalla Banca Popolare Cinese e da altri sette ministeri, Pechino ha annunciato un ulteriore irrigidimento della propria linea proibizionista sulle criptovalute, estendendo il divieto anche alla tokenizzazione degli asset reali. Una mossa che non si limita a ribadire posizioni già note, ma che ridisegna in modo sistemico il perimetro legale dell’innovazione finanziaria nel Paese.

Il documento è chiaro nel suo impianto concettuale: le valute virtuali non hanno lo stesso status giuridico delle valute fiat e ogni attività commerciale a esse collegata è qualificata come attività finanziaria illegale, da vietare con fermezza. Non si tratta soltanto di un richiamo teorico, ma di una presa di posizione operativa che colpisce emissione, trading, promozione, intermediazione e custodia. La disposizione chiarisce inoltre che anche le entità estere controllate da soggetti cinesi non possono emettere criptovalute all’estero senza un’esplicita approvazione ufficiale, chiudendo così uno dei principali canali di elusione normativa utilizzati negli ultimi anni.

La portata della stretta è ampia e strutturale. La comunicazione entra in vigore immediatamente e rappresenta l’azione più completa contro gli asset digitali dal grande giro di vite del 2021, quando gli exchange di criptovalute furono di fatto espulsi dal Paese. Questa volta, però, il perimetro è ancora più definito. Vengono citati esplicitamente Bitcoin, Ethereum e Tether, indicati come token privi di corso legale e dunque non utilizzabili come moneta sul mercato. Non una distinzione tecnica, ma un’affermazione politica: la moneta, per la Cina, resta una prerogativa esclusiva dello Stato.

L’elemento di maggiore novità è l’inclusione della tokenizzazione degli asset reali nella stessa categoria regolamentare delle criptovalute speculative. L’emissione e il trading onshore di token rappresentativi di beni reali sono vietati in assenza di un’approvazione esplicita, e anche le entità offshore non possono offrire servizi di RWA tokenizzati agli utenti della Cina continentale. Alle istituzioni finanziarie e alle società di pagamento è ora proibito aprire conti, trasferire fondi, effettuare regolamenti, custodire o assicurare qualsiasi prodotto collegato ad asset virtuali. Le piattaforme Internet, dal canto loro, non devono fornire sedi commerciali online, esposizioni, marketing, acquisto di traffico o promozione a pagamento per servizi crypto. Il messaggio è inequivocabile: nessuna zona grigia, nessuna tolleranza operativa.

La circolare segnala anche un rinnovato impegno nella lotta al mining di criptovalute. Alle province viene ordinato di identificare e chiudere in modo completo i progetti esistenti e di vietare rigorosamente qualsiasi nuova capacità. Una disposizione che appare particolarmente significativa se si considera che, nonostante il divieto del 2021, la Cina aveva silenziosamente recuperato un ruolo rilevante nel mining globale. Stime recenti suggeriscono che il Paese rappresenti ancora una quota importante dell’hashrate globale di Bitcoin, segno che la repressione precedente aveva lasciato spazi di ambiguità ora esplicitamente cancellati.

Questa nuova fase non va letta come una semplice reazione difensiva, ma come parte di una strategia coerente che pone al centro lo yuan digitale. La stretta sulle criptovalute coincide infatti con l’accelerazione sull’e-CNY, la valuta digitale sostenuta dallo Stato. Dal primo gennaio è entrata in vigore una normativa che ha trasformato lo yuan digitale da strumento assimilabile al contante a moneta di deposito digitale integrata nel sistema bancario. Non più un esperimento, ma un’infrastruttura monetaria a pieno titolo. Entro la fine di novembre 2025, le transazioni cumulative in yuan digitale avevano già raggiunto volumi imponenti, confermando l’intenzione di Pechino di guidare l’innovazione senza rinunciare al controllo.

In questo contesto, il divieto sulle criptovalute private appare meno come una chiusura alla tecnologia e più come una selezione rigorosa degli strumenti ammessi. La blockchain non è respinta in quanto tale, ma ricondotta entro un modello statale, tracciabile e centralmente governato. La tokenizzazione, se priva di autorizzazione, diventa un rischio sistemico perché introduce circuiti di valore alternativi, difficilmente controllabili e potenzialmente destabilizzanti per la politica monetaria e per la gestione dei flussi di capitale.

Il contrasto con Hong Kong rende ancora più evidente la natura politica della scelta. Nella regione amministrativa speciale, le autorità si preparano a rilasciare le prime licenze per le stablecoin, hanno già autorizzato diverse piattaforme di trading di asset virtuali e stanno costruendo un quadro normativo per depositari e intermediari. Due modelli opposti che convivono sotto la stessa sovranità, ma con finalità diverse. Hong Kong come laboratorio regolato e finestra internazionale, la Cina continentale come spazio di controllo e stabilità interna.

Un altro segnale forte è l’abrogazione contestuale della storica circolare del 2021 sulla speculazione con valute virtuali. Non si tratta di un allentamento, ma del contrario. Il superamento formale di quel testo indica che la Cina non intende più operare attraverso campagne episodiche o divieti temporanei, ma ha scelto quello che molti analisti definiscono un regime duraturo ad alta pressione. Un assetto normativo pensato per essere stabile nel tempo, impermeabile alle mode tecnologiche e privo di scappatoie interpretative.

Sul piano globale, la decisione cinese avrà effetti che vanno oltre i confini nazionali. Riduce uno dei principali bacini potenziali per l’adozione delle criptovalute, rafforza la frammentazione regolamentare internazionale e rilancia il dibattito sul rapporto tra innovazione finanziaria e sovranità statale. In un mondo che sperimenta modelli sempre più ibridi, la Cina sceglie la linea della chiarezza autoritativa: l’innovazione è ammessa solo se compatibile con l’architettura del potere monetario.

In definitiva, la nuova stretta non racconta soltanto un divieto, ma una visione. Una visione in cui il futuro della moneta digitale non è affidato a reti decentralizzate o a iniziative di mercato, bensì a strumenti pubblici, programmabili e integrati nella governance statale. Per gli operatori globali del settore crypto e della tokenizzazione, il messaggio è netto: la Cina non è un terreno di sperimentazione, ma un sistema chiuso, coerente e intenzionalmente impermeabile alle forme di finanza non autorizzata.

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