Nove società europee attive nella tokenizzazione hanno scritto ai regolatori chiedendo una corsia rapida per aggiornare il DLT Pilot Regime, il quadro sperimentale che in Unione europea consente, con deroghe mirate, di emettere, negoziare e regolare strumenti finanziari usando tecnologie DLT e blockchain. Il punto, per queste imprese, non è tanto il “se” cambiare le regole, quanto il “quando”. Dopo l’annuncio della Commissione europea del pacchetto MISP per rendere più attrattivo il perimetro sperimentale anche per operatori grandi e piccoli, i soggetti già autorizzati hanno accolto con favore l’impostazione, ma hanno subito sollevato il nodo decisivo: i tempi di recepimento e attuazione delle modifiche.
La lettera mette in scena un orizzonte che, nel linguaggio dei mercati, equivale a una frenata strategica: il 2030 come possibile data di effettiva implementazione. Nel frattempo, avvertono le aziende, la liquidità globale non aspetta, perché gli ecosistemi finanziari si spostano dove le innovazioni diventano operative, scalabili e “istituzionalizzabili”. Il confronto con Stati Uniti è esplicito: a dicembre è stata concessa un’esenzione regolatoria alla DTCC che dovrebbe consentire l’implementazione di soluzioni DLT già entro il prossimo anno. In un settore in cui contano massa critica, interoperabilità e velocità di adozione, la differenza tra “pilota” e “produzione” può decidere dove finiscono investimenti, competenze e volumi.
Le richieste delle nove società si concentrano su tre modifiche da accelerare. La prima riguarda l’ampliamento dei tipi di asset che possono rientrare nel perimetro, così da coprire più casi d’uso e avvicinare la tokenizzazione alle esigenze concrete di emittenti e gestori, in particolare quando si tratta di strumenti non perfettamente standardizzati e di asset reali rappresentati in forma digitale. La seconda è l’innalzamento dei limiti di volume delle piattaforme: dalle soglie oggi contenute tra 6 e 9 miliardi, si propone un salto a 100–150 miliardi. È una differenza che non è solo quantitativa. Con limiti bassi, la DLT resta un laboratorio; con limiti elevati, può diventare un’infrastruttura contendibile anche da grandi istituzioni, capace di attirare operatività stabile e non sperimentale. La terza richiesta è la rimozione del limite di durata della licenza fissato a sei anni, perché la scadenza incorporata nel modello di business rende difficile pianificare investimenti tecnologici, integrazioni con banche depositarie, procedure di custodia e controlli di compliance su orizzonti coerenti con la finanza istituzionale.
Dietro la spinta all’urgenza c’è una domanda di certezza. Se la DLT deve diventare parte ordinaria delle infrastrutture di mercato, servono regole chiare su settlement, finalità del regolamento, resilienza operativa, gestione del rischio tecnologico e responsabilità in caso di incidenti. Accelerare non significa ridurre la supervisione o indebolire la tutela degli investitori. Significa comprimere i tempi morti tra decisione politica e applicazione concreta, evitando che la sperimentazione europea, nata per guidare l’innovazione, finisca per inseguirla. In gioco non c’è solo la modernizzazione dei mercati, ma la capacità dell’Europa di trattenere volumi, talenti e standard, prima che diventino, per inerzia, un’altra importazione regolatoria.