Bitcoin torna al centro del dibattito finanziario globale, ma non come molti sostenitori avrebbero sperato. Questa volta a colpire non è un regolatore o un politico, bensì una delle voci più autorevoli della finanza mondiale. Secondo Vanguard, il colosso che per decenni ha incarnato l’idea stessa di investimento razionale, paziente e basato sul valore, Bitcoin è poco più di un Labubu digitale, un oggetto speculativo che deve ancora dimostrare di possedere una reale funzione economica. Un giudizio netto, pronunciato non da un commentatore esterno ma da John Ameriks, responsabile della divisione quantitative equity del gruppo, figura che rappresenta perfettamente il pensiero strutturale della casa di investimento fondata da John Bogle.
Il contesto rende la dichiarazione ancora più significativa. Vanguard ha detto sì agli ETF Bitcoin, allineandosi di fatto al mercato dopo quasi due anni di rifiuto totale. Per lungo tempo il gruppo aveva impedito ai propri clienti di accedere a questi strumenti, ritenendoli incompatibili con la propria filosofia. Il successo commerciale degli ETF su $BTC, però, ha reso quella posizione sempre più difficile da sostenere. Dire sì non ha però significato sposare la narrativa dominante. Al contrario, Vanguard ha voluto ribadire una distanza culturale profonda, quasi identitaria, dal mondo delle criptovalute.
Per Ameriks il problema è semplice e allo stesso tempo radicale. Bitcoin non genera flussi di cassa, non produce dividendi, non consente compounding, cioè quell’accumulazione progressiva del valore che è alla base dell’investimento azionario di lungo periodo. È, in sostanza, l’opposto degli asset che Vanguard ha sempre consigliato ai propri clienti. Azioni, obbligazioni, fondi indicizzati sono strumenti che poggiano su una capacità misurabile di produrre reddito nel tempo. Bitcoin, no. E per questo viene trattato come un corpo estraneo, qualcosa che vive più di narrazione che di fondamentali.
L’immagine scelta da Ameriks è potente e volutamente provocatoria. Il Labubu, designer toy creato da Kasing Lung, è diventato negli ultimi anni uno status symbol globale. Alcune edizioni limitate raggiungono prezzi elevatissimi, sostenuti da una rarità decisa artificialmente e da una domanda fortemente speculativa. Il valore non deriva dall’utilità o dalla funzione, ma dal desiderio collettivo e dalla scarsità programmata. Secondo Ameriks, Bitcoin assomiglia più a questo che a un asset finanziario tradizionale. Un oggetto che vale perché altri sono disposti a pagarlo, non perché produce qualcosa.
Il parallelo è scomodo, soprattutto per chi vede in Bitcoin una nuova forma di oro digitale. Eppure, nel ragionamento di Vanguard, il punto non è negare che Bitcoin possa avere un prezzo, ma mettere in discussione l’idea che quel prezzo sia sostenuto da un valore intrinseco. Un concetto che, per la scuola di pensiero value, resta centrale. È vero che anche l’oro non produce flussi di cassa, ma l’oro ha una storia millenaria come riserva di valore, un uso industriale e una funzione monetaria sedimentata nel tempo. Bitcoin, al contrario, è giovane, volatile e ancora in cerca di una collocazione stabile nel sistema economico.
Ed è qui che la posizione di Ameriks diventa più interessante. Perché, pur definendolo un asset 100% speculativo, non chiude del tutto la porta. Esistono, secondo lui, scenari estremi nei quali Bitcoin potrebbe smettere di essere un semplice Labubu digitale e assumere un ruolo più serio all’interno di un portafoglio. Il riferimento è a contesti di inflazione elevata, instabilità politica, crisi di fiducia nelle valute fiat o nei sistemi finanziari tradizionali. In altre parole, Bitcoin come strumento di copertura, non come investimento produttivo.
È il cosiddetto debasement trade, una tesi già evocata da JPMorgan, secondo cui Bitcoin potrebbe funzionare come protezione contro la svalutazione sistemica delle valute. È anche la “scommessa contro il sistema” di cui ha parlato più volte Larry Fink, CEO di BlackRock, che pur muovendosi con maggiore pragmatismo rispetto a Vanguard, ha riconosciuto in Bitcoin un possibile hedge in scenari di stress globale. In questi contesti, Bitcoin non viene giudicato per ciò che produce, ma per ciò che rappresenta: una alternativa, una fuga, un atto di sfiducia verso l’ordine monetario esistente.
La differenza tra Vanguard e altri grandi player sta proprio qui. BlackRock ha scelto di cavalcare il mercato, offrendo ETF e lasciando che siano gli investitori a decidere il ruolo di Bitcoin. Vanguard, invece, mantiene una postura quasi pedagogica, ricordando che non tutto ciò che sale di prezzo è un buon investimento. È una posizione coerente con una filosofia che ha sempre privilegiato la disciplina, la diversificazione e la riduzione dei costi, piuttosto che la ricerca dell’asset “miracoloso”.
Il giudizio su Bitcoin come Labubu digitale non è quindi un insulto, ma una diagnosi culturale. Bitcoin vive oggi in una zona grigia tra tecnologia, ideologia e speculazione. Non è più un esperimento per cypherpunk, ma non è ancora un pilastro del sistema finanziario. È qualcosa che affascina, divide e polarizza. E proprio per questo genera valore di mercato. Ma il valore di mercato, ci ricorda Vanguard, non coincide automaticamente con il valore economico.
Il punto di frizione più profondo riguarda il ruolo di Bitcoin in un portafoglio. Per Vanguard, un asset deve avere una funzione chiara: crescita, reddito, protezione. Bitcoin, al momento, non rientra in nessuna di queste categorie in modo stabile. Può salire molto, ma può anche crollare. Può proteggere dall’inflazione in certi periodi, ma fallire clamorosamente in altri. È, appunto, speculazione. E la speculazione, nella visione di Ameriks, non è un male in assoluto, ma non può diventare la base di una strategia di investimento di lungo periodo.
Il fatto che Vanguard abbia comunque aperto agli ETF Bitcoin segnala però un cambiamento strutturale. Il mercato è ormai troppo grande per essere ignorato. I flussi, la domanda istituzionale e l’attenzione mediatica hanno reso Bitcoin un fenomeno sistemico. Ma l’apertura operativa non coincide con una legittimazione teorica. Vanguard consente l’accesso, ma continua a dire ai propri clienti che Bitcoin non è un asset come gli altri.
Alla fine, la metafora del Labubu digitale funziona proprio per questo. Un oggetto desiderato, raro, costoso, capace di generare profitti per chi lo scambia al momento giusto, ma privo di una funzione produttiva autonoma. Bitcoin, oggi, è ancora questo agli occhi del “re dei fondi”. Forse un giorno diventerà qualcos’altro. Ma per ora, secondo Vanguard, resta soprattutto uno specchio delle nostre paure, delle nostre aspettative e della nostra voglia di credere che da qualche parte esista un’alternativa al sistema.